Viaggio in Brasile: El Pantanal

Pantanal

Vorrei raccontarvi la favola del Pantanal, paradiso delle acque nascosto nel centro del continente sudamericano: una favola che, cosa rara quando si parla di natura, avrà forse un lieto fine. Vorrei farlo incominciando dalle magie che mi hanno sorpreso in questa terra fuori del nostro tempo, che respira con le piogge, allagandosi e riemergendo ogni sei mesi, ed è un’esplosione di vita selvatica sempre.

In questo mondo di fiaba gli alberi fioriscono di grappoli di aironi, le farfalle si posano delicatamente sui caimani jacare, spatole e cormorani diventano nuvole rosa e nere in un cielo smisurato; e l’incanto è anche sentire nella foresta il grido inquietante e senza volto delle scimmie urlatrici, o restare abbagliati dal blu cangiante delle splendide are giacinto, o intravedere la bizzarra silhouette del tapiro, che sai animale raro.

Immensa zona umida, la più grande del pianeta (230.000 chilometri quadrati di cui i due terzi in Brasile, il resto in Bolivia e Paraguay), il Pantanal sfida ogni paragone in campo naturalistico. Con le parole del grande poeta brasiliano Manoel de Barros, “il Pantanal non può essere misurato con alcun metro: è senza limiti”.

Gli scienziati non hanno ancora finito di farne l’inventario, ma si sa che l’enorme piana segnata dal fiume Paraguay e dal reticolo dei suoi tributari è uno scrigno traboccante del Pantanal ospitano 658 specie di uccelli, 1.100 varietà di farfalle, una cinquantina di rettili e 405 specie ittiche.

Nel “grande pantano” dove però le acque non sono mai ferme vivono 80 specie di mammiferi, molti dei quali endemici come il cervo del Pantanal Blastoceros dichotomus, e hanno trovato rifugio ben 13 specie rare o addirittura in pericolo d’estinzione, come la lontra gigante Pteronura brasiliensis, il crisocione Chrysocyon brachyurus, il formichiere gigante Myrmecophaga tridactyla. Poi ci sono gli jacare (Caiman latirostris), anaconda, voraci piranha e insetti velenosi, che sembrano essere stati messi nel Pantanal anche per difenderlo dall’invasione dell’uomo.

A partire dal 1500 spagnoli e portoghesi tentano a più riprese di insediarsi nella zona: senza successo però, ricacciati ogni volta indietro da quell’area immensa di laghi e paludi e canneti impenetrabili, dove vivono in grandi quantità caimani, enormi cobra, zanzare e altri pericolosi animali.

I pochi indigeni originari vengono sterminati bande di avventurieri (i bandeirantes) in cerca di oro e di schiavi. Poi, a metà ‘800, è la volta degli allevatori, e la storia riprende a scorrere serena. Succede infatti che I’allevatore diventa pantaneiro, cioè abitante del Pantanal: si adegua ai suoi ritmi, non lo disbosca ne gli chiede nuovi pascoli.

II bestiame viene allevato brado, e coabita a fianco degli erbivori selvatici; le vacche man mano si adattano alle condizioni locali, e diventano una razza pantaneira. E così anche i cavalli introdotti per lavorare con le mandrie, il cui zoccolo più largo tiene meglio sul terreno paludoso.

I “buoni” della favola in un certo senso anche oggi sono loro, i proprietari e i mandriani pantaneiros. Sono pochi, circa duemila in un territorio vasto come due terzi dell’Italia. E per tradizione non cacciano; le loro grandi tenute, le fazendas, sono state trasformate di fatto in un immenso parco naturale che copre il 98 per cento del Pantanal.

E meno male, perchè di zone ufficialmente protette ce ne sono solo due: la stazione ecologica di Taiama, un’isola di 1.120 chilometri quadrati in mezzo al fiume Paraguay, e l’ex riserva ittica di Cara Cara, elevata un po’ affrettatamente al rango di Parco nazionale (i suoi 1.330 chilometri quadrati sono quasi tutti sott’ acqua, e privi di qualsiasi struttura di visita o ricerca).
Certo, il peccato si è introdotto anche nell’eden dove vivono biblicamente fianco a fianco fiere e bestiame.

Da sempre il fazendero ha cercato di uccidere il giaguaro (la rara, ora protetta, Panthera anca) se gli predava le sue mucche; ed è difficile rinunci alla queimada, l’incendio ciclico delle piane erbose. Ma, soprattutto, in alcune fazendas passate in mano a chi non è originario del Pantanal sono state di recente introdotte pratiche più gravi: dighe per ricavare più terre asciutte, messe a coltura con incongrue piantagioni di soia, introduzione di bestiame straniero meno frugale, che non si accontenta delle savane naturali.

Il turismo nel Pantanal. Per fortuna molti fazenderos hanno scelto come fonte di reddito alternativa una strada più dolce e altrettanto lucrosa: quella dell’ecoturismo. A partire dagli anni ’90 in decine di fazendas le foresterie sono state aperte a ospiti a pagamento, e in angoli intatti delle tenute sono sorte pousadas e cabanhas, costruzioni in stile locale (talvolta su palafitte) che richiamano i lodge dei parchi africani. Il visitatore può finalmente avere accesso alla straordinaria e remota natura del Pantanal.

Un fenomeno insolito, quello del l’arrivo del turismo nel Pantanal che ha comunque una causa precisa, e del tutto imprevista: una telenovela. Succede che, nel 1990, milioni di telespettatori brasiliani si facciano ammaliare tutte le sere da Pantanal, un teleromanzo che racconta la storia e gli amori di due generazioni di pantaneiros, girato in gran parte sul posto. È il più grande successo d’ascolto dell’anno: i brasiliani scopro no all’improvviso di avere a casa propria un mondo incantato, e ci vogliono andare.

Quello stesso anno, i turisti diventano 100.000, da 15.000 che erano l’anno precedente; un pic colo boom, e il flusso di visitatori continua anno dopo anno. Gli esterni della telenovela che ha fatto il miracolo sono stati girati nella fazenda Rio Negro, 11.000 ettari a un’ora di bimotore da Campo Grande, la capitale del Mato Grosso del Sud.

Oggi accoglie ogni anno circa 300 turisti in cerca di natura, per i quali organizza uscite a piedi o a cavallo guidate da un biologo residente (non mancano gli italiani: che sia anche perchè Pantanal è stato trasmesso nel 1994 da Retequattro?).

A fare da modello al protagonista della telenovela , è stato il proprietario Orlando Rondon de Castro, tipico fazendero innamorato della sua terra: “Guai a cercare di cambiarla”, dice con convinzione da ecologista. Il Pantanal non accetta aggressioni”.

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